Tempesta Vaia: il ricordo un anno dopo

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Notte tra il 29 e 30 ottobre 2018. Prima la definiranno tempesta di vento, poi tempesta Vaia, più tecnicamente il fenomeno si chiama blowdown o windthrow.

Venti che a velocità prossime ai 200 km/h hanno la forza di sradicare o spezzare la base gli alberi dal suolo sfruttando il principio fisco della leva. Un fenomeno non raro che dal 1950 conta oltre 900 Mm3 di alberi abbattuti. 8,6 Mm3 (41.000 ha) grazie alla sola Tempesta Vaia. 1,5 Mm3 (5.000 ha) di foreste dell’Alto Adige sono stati abbattuti pari all’1,5% dell’intera superficie forestale.

Una delle aree più colpite è stata quella della zona del Lago di Carezza nella foresta del Latemar, per la precisione 90.000 m3 di alberi pari ad un tempo di ricrescita di 16 anni. L’area del lago di Carezza è famosa per i suoi panorami mozzafiato. Fotografata e instagrammata da mezzo mondo è quella che ha suscitato più scalpore in assoluto. Il caso ha comunque voluto che i punti fotografici da cui nella maggior parte dei casi il lago viene ripreso sia stata solo minimamente toccata (non so se pensare che forse sarebbe stato meglio di no).

Il giorno successivo alla tempesta Vaia, il cui nome è dovuto al fatto che in Europa è possibile acquistare il nome di un evento meteorologico e la Sig.ra Vaia Jakobs lo ha ricevuto in regalo dal fratello, ho visto in rete una immagine del lago di Carezza dove si notavano degli alberi divelti.

Non volevo credere a quell’immagine e così in pausa pranzo ho deciso di voler vedere con i miei occhi. Ho portato con me solo il drone. La strada per il lago era chiusa e ho dovuto fare il giro da San Valentino. Raggiunta Nova Levante ho notato in direzione della piccola valle in cui scorre la funivia Laurin I degli alberi abbattuti e sono andato in quella direzione.

Subito ha cominciato a prendermi un senso di sconforto e paura.

Lungo la strada che era già stata liberata dai forestali, un panorama di enormi alberi caduti. Alberi altissimi e possenti le cui radici erano state strappate dal suolo.

Blocchi conici di dimensioni variabili, contenenti terra, sassi e radici capovolti sul terreno con il lungo tronco dell’albero scaraventato a terra nella direzione del vento. Solo vedendo quelle immagini mi sono reso conto di quanto fragili fossero le radici di quegli alberi.

Una sorta di iceberg alla rovescia.

Vedendo quei lunghi e possenti alberi svettanti verso il cielo ti aspetti che le radici siano lunghe e profonde. Il termine stesso “radici” viene usato per indicare che qualcosa è ben radicato, ben saldo. Invece mi sono reso conto che proprio le radici rappresentano il punto debole. Le foreste che prima avevo sempre visto come massicce, salde, forti ora apparivano come deboli e fragili. Queste foreste non sono lì da secoli, sono foreste che si rinnovano continuamente perché gli alberi vengono tagliati e ripiantati. L’albero che al meglio si presta ad uno sfruttamento economico è l’abete rosso (peccio). Ha un ottimo legno sfruttabile per tantissimi utilizzi ma ha radici deboli che non si radicano nel terreno in profondità. Sono alberi che possono arrivare sino a quasi 50 metri di altezza ma sono poco radicati. Un “soffio” di vento anomalo (ma non raro) li sradica piuttosto facilmente innescando anche l’effetto domino. Un albero che cade su un altro aumenta e velocizza il fenomeno della leva di cui parlavo prima.

Non si può sempre parlare di solo disastro naturale.

Ci sono delle cause naturali, vento, pioggia terremoti che possono avere degli eccessi. Manca però una politica fortemente ambientale che tenga conto anche di questi fenomeni che sono sempre successi e sempre succederanno. Ma lo sfruttamento economico del territorio chiude gli occhi e fa finta di non vedere. Basti vedere chi costruisce in zone fortemente sismiche, alluvionali o vulcaniche. Se per 50 anni non è successo nulla non vuol dire che non succederà mai più. Poi si fa presto a dar la colpa ai cambiamenti climatici, colpevoli sì ma solo in parte. Ma come sempre ci vuole una tragedia per far aprire gli occhi comodamente chiusi per comodità economiche.

Ma quello che personalmente più mi ha colpito è stato proprio questo cambio di percezione della solidità della foresta. Quando vado a fare le mie escursioni nel bosco mi sono sempre sentito protetto da quei grandi alberi.

Ti fanno sentire a casa, al sicuro, quasi in un abbraccio materno.

Ora non è più così, ora quei boschi mi fanno quasi paura.

Giunto in prossimità del lago ho fatto partire il drone e appena il paesaggio dall’alto è apparso sul display mi sono reso conto di quanto vasta fosse l’area con gli alberi abbattuti. Quei luoghi che conoscevo benissimo, quei sentieri che ho percorso decine di volte erano irriconoscibili. Migliaia di alberi caduti come bastoncini del Mikado.

Sembrava che l’enorme mano di un gigante fosse passata ad “accarezzare” il bosco.

I piloni di un impianto di risalita, prima quasi invisibile, stavano lì eretti con le funi incredibilmente illese, quasi a sbeffeggiare quei poveri alberi caduti. Alcuni alberi erano caduti nel lago proprio nel punto dove la strada passa più vicino. La strada stessa, che prima era quasi invisibile tanto si insinuava tra il bosco, sembrava ora una lunga e sinuosa striscia di asfalto che spezza e ferisce il paesaggio.

Molti edifici sono stati fortunatamente risparmiati, ma non ci si dovrebbe affidare alla fortuna.

Vedevo un paesaggio che non sarebbe più stato lo stesso, il Latemar e il Catinaccio sbucavano dalle nuvole di una giornata uggiosa rendendo ancora più dolorosa quella vista. Nessun personaggio delle loro leggende è intervenuto per proteggere questo luogo che esse circondano.

Tutte le immagini da cartolina di un tempo svanite in un soffio.

Si è parzialmente salvata solo l’iconica immagine del lago con gli alberi e il Latemar che si specchiano nelle sue acque. Ironicamente il “turismo” è salvo ma ancora una volta si è visto quanto esso possa essere fragile.

Nei mesi successivi sono tornato in quei boschi, più verso la zona di Obereggen, percorrendo quei pochi sentieri rimasti aperti. Volevo vederli da vicino quegli alberi. La neve caduta faceva da evidenziatore delle aree abbattute. Nel bosco si respirava un forte odore di resina degli alberi abbattuti. Potenti macchine lavoravano incessantemente per creare enormi cataste di legna.

Per terra si camminava su un tappeto morbido e spesso di rami verdi e rigogliosi che le macchine avevano strappato dai tronchi in pochi secondi.

Alcuni alberi, i più resistenti, avevano avuto il coraggio di rimanere illesi e ora rimanevano lì soli a svettare e sorvegliare sui loro compagni caduti.

La prossima volta potrebbe toccare a loro. Dipende da dove soffia il vento. La conformazione del suolo grazie ai conseguenti “imbuti” in cui il vento si è incanalato ha generato infatti una distruzione a macchia di leopardo. Si sono creati confini molto netti tra le aree distrutte e quelle rimaste in piedi.

Tutt’intorno alberi caduti, chi con le radici all’aria, chi spezzato con il tronco come se fosse esploso da dentro.

Qualcuno aveva scolpito una croce su un tronco spezzato ma rimasto radicato al suolo.

Alcuni alberi erano stati sagomati a forma di tunnel per permettere di ripristinare il passaggio del sentiero.

In poco tempo sono stati ripristinate strade e sentieri principali. La stagione sciistica è iniziata come di consueto ma con un paesaggio fortemente ferito.

Il Mercatino di Natale di Carezza si è svolto in una cornice surreale.

Ora che gli alberi vengono portati via le ferite risaltano ancora di più.

15/20 anni per tornare come prima, anzi speriamo di no…meglio di prima.

Che ci piaccia o no uomo e ambiente devono convivere in modo armonioso, salvaguardando sì gli interessi economici ma non a discapito di quelli ambientali. Costantemente in occasione di questi disastri si sentono queste “belle parole” ma nulla sembra cambiare, passata la fase dell’emozione si dimentica velocemente. Quantomeno con Vaia la natura ci ha lasciato un monito che durerà per molti anni.

Foto album contenenti immagini della tempesta Vaia:

I boschi del lago di Carezza sotto il Latemar dopo la tempesta di vento Vaia

I boschi del Latemar dopo la tempesta Vaia

Escursione a Obereggen, Passo Lavazè, Malga Ora tra i boschi distrutti dalla tempesta Vaia

Escursione invernale da Obereggen a Passo Feudo lungo il percorso Latemarium tra le ferite della tempesta Vaia

Fonti:

Nimbus: 27-30 OTTOBRE 2018: SCIROCCO ECCEZIONALE, MAREGGIATE E ALLUVIONI IN ITALIA CON LA TEMPESTA “VAIA”

Il Veneto e il peccato originale degli abeti rossi amati da Rigoni Stern

LA FURIA DEL VENTO CHE HA DANNEGGIATO LE FORESTE DELL’ARCO ALPINO

e altre fonti in rete

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